Relazione sul corso di orientamento e di introduzione agli studi universitari di Economia

tenuto dal Prof. Alessandro Vaglio  dell’Università di Bergamo (già docente all'Università Bocconi di Milano)

di Giacomo Rossi

 

 

SOMMARIO:

 INTRODUZIONE ALL’ECONOMIA
 BILANCIO NAZIONALE
 LA MONETA E GLI INDICI DEI PREZZI
 BREVE STORIA ECONOMICA DELL’ITALIA DAL DOPOGUERRA AD OGGI
 UNA LEZIONE DI MICROECONOMIA

 


 
INTRODUZIONE ALL'ECONOMIA

La nascita della facoltà di economia non coincide con la nascita delle scienze economiche. La facoltà economica dell'Università Bocconi nasce a Milano nel 1902, nel momento in cui l’economia inizia ad occuparsi (forse meglio a specializzarsi) della gestione aziendale. Per questo motivo, a tutt’oggi, la facoltà è suddivisa in "scienze economiche" (o Economia Politica) e in "scienze dell’economia e della gestione aziendale" (o Economia Aziendale).
L’economia politica non è, come l’economia aziendale, una scienza di quest’ultimo secolo. La sua origine è legata a nomi del XVIII e XIX secolo quali Saint Simon, Adam Smith, David Ricardo, Thomas Robert Malthus, Karl Marx. Essi sono i primi economisti, anche se spesso sono considerati dei filosofi. Furono i fondatori dell’economia politica anzitutto perché vissero ed analizzarono i particolarissimi fenomeni storici del mercantilismo e del capitalismo. La crescente importanza che questi due eventi assunsero nella società moderna permise, in seconda battuta, una analisi critica e razionale dell'agire economico umano. Se è vero che l'economia politica si occupa del funzionamento del sistema economico, è naturale che essa sia strettamente legata all'idea stessa di economia come sistema e fu proprio a partire dal mercantilismo e dal capitalismo che iniziò ad assumere queste caratteristiche.
Tuttavia, neanche la nascita dell’economia politica coincide con la nascita delle idee economiche. Se si apre un qualsiasi libro di storia economica, ma penso che l’affermazione appaia evidente a tutti, ci si accorge che la trattazione inizia dagli albori della civiltà occidentale e a volte ci si imbatte anche in frasi del tipo "Il pensiero economico è sempre esistito". Premetto che è molto difficile sostenere o confutare una tale affermazione senza prima aver definito rigorosamente cosa si intenda con l'espressione "pensiero economico" e, forse, è proprio questo il problema. Tuttavia, se si considera l'etimologia del termine “economia”, ci si accorge che esso ha a che fare con la gestione della casa (che è per eccellenza il confine tra il proprio mondo e quello degli altri) e quindi con l’idea stessa di appartenenza, di gestione di ciò che è proprio. In questo senso ritengo che, se quest’idea è in qualche modo originaria nella coscienza, anche tutte le attività di gestione del proprio possesso, inteso come l'appartenenza in sé, sono legate insolubilmente all'uomo. 
Ma la strada tra l'idea di "gestione della casa", tra un pensiero economico e la scienza economica o una facoltà di economia, è molto lunga e non si può raccontare in poche righe. Bisognerebbe fare un corso di storia dell’economia, dilungarsi su questioni quali la grande rivoluzione sociale che segna la fine del medioevo, ma non è poi fondamentale in un'introduzione all'economia. 
La domanda cos'è mai l'economia - non certo indiscreta di fronte ad aspiranti manager, industriali o magari solo persone comunque interessate -  ha quindi una risposta … non molto semplice.Esistono certo definizioni ad hoc, anche di una certa importanza, ma forse ci interessa di più vedere in concreto la materia, ed è quello che da qui in avanti si è tentato di fare. Del resto, se bastasse una definizione aprioristica non ci sarebbe bisogno di un corso introduttivo all’economia, basterebbe una frase.

 


 
BILANCIO NAZIONALE

Uno degli scopi dell’economia è misurare la ricchezza. Senza entrare nella questione di cosa sia la ricchezza (si pensi alle dispute tra mercantilisti, fisiocratici, discepoli di Smith ecc.) l’economia cerca di misurare la quantità dei costi e dei ricavi di un sistema economico: persone, imprese o Stato. Il bilancio nazionale è la materia che si occupa di misurare queste due quantità. Il termine bilancio vuole proprio indicare l’idea due piatti (le entrate e le uscite) che cercano un equilibrio tra loro, una misurazione tra due grandezze.
Il fatto che alla base dell’economia ci sia una questione di misurazione, di valutazione quantitativa di grandezze, fa subito pensare alle scienze naturali e al metodo scientifico. In questo senso il bilancio nazionale è un po’ come la teoria delle misurazioni nella fisica, come le questioni dimensionali. Rispetto a queste però il problema è, per lo meno, di gran lunga più semplice ed elementare.
Fare un bilancio significa (solamente) fare somme e sottrazioni. Più in specifico si tratta di:
1) individuare il sistema economico.
2) tracciare una linea di suddivisione tra COSTI e RICAVI.
3) segnare nell’opportuna colonna le operazioni eseguite (salari ecc. nei costi, consumi ecc. nei ricavi).
4) sommare i costi da una parte e i ricavi da un’altra (totale costi e totale ricavi).
5) sottrarre ai ricavi i costi per individuare i PROFITTI (=ricavi – costi)
6) scrivere i profitti nella colonna dei costi, non tanto perché in tal modo la somma la somma di tutti i costi è uguale a quella dei ricavi, quanto perché i profitti sono dei costi per l’azienda (es. i soldi vengono portati in banca e quindi escono dell’azienda).
Il bilancio nazionale è allora l’insieme dei bilanci dei singoli enti, la somma dei ricavi di tutti gli enti da una parte e dei costi dall’altra. Come per i singoli bilanci, il totale dei costi in una nazione (salari + profitti + acquisti beni intermedi) è definito come il REDDITO NAZIONALE e deve essere uguale al totale dei ricavi (ricavi da beni di consumo + ricavi da beni intermedi) definito come il PRODOTTO NAZIONALE.
Quindi come PRIMA ENTITA’ possiamo scrivere: REDDITO NAZIONALE = PRODOTTO NAZIONALE.
La questione si può complicare a seconda della complessità del sistema. Si possono considerare altre operazioni quali, per esempio, le SCORTE o gli INVESTIMENTI di una impresa. Come si può facilmente vedere, le scorte iniziali sono da considerare come un costo mentre quelle finali un ricavo, così gli investimenti sono un costo iniziale ma anche, per il processo di  AMMORTAMENTO, un parziale guadagno. Quindi con investimenti in scorte si può scrivere che il REDDITO NAZIONALE = PRODOTTO NAZIONALE + DIFFERENZA DELLE SCORTE + INVESTIMENTI FISSI LORDI e REDDITO NAZIONALE – CONSUMI = DIFFERENZA DELLE SCORTE + INVESTIMENTI FISSI LORDI. Ora il reddito nazionale meno i consumi non è altro che il RISPARMIO. Riassumendo:
RISPARMIO = REDDITO NAZ. – CONSUMI = VARIEZIONE DELLE SCORTE + INVESTIMENTI FISSI LORDI
Si noti che la contabilità non prova che il risparmio causi investimenti o viceversa, si limita semplicemente a registrare gli spostamenti di denaro.
Si possono anche considerare nel sistema economico nuovi elementi quali lo STATO e l’ ESTERO. Nel bilancio i profitti (ricavi – costi) al lordo delle imposte saranno messe, come sempre, nei costi; la somma dei salari e dei profitti sarà il REDDITO NAZIONALE AL LORDO DELLE IMPOSTE e la somma dei ricavi il prodotto interno. Quindi RISPARMIO + IMPOSTE = PRODOTTO INTERNO – CONSUMI = SPESA PUBBLICA e RISPARMIO = SPESA PUBBLICA – IMPOSTE = DISAVANZO DELLO STATO. Inoltre il reddito nazionale è ai consumi più la differenza tra le import. e le export (detto SALDO CORRENTE DELLA BILANCIA DEI PAGAMENTI).
 
Riassumendo: RISPARMIO = REDDITO NAZIONALE – CONSUMI = INVESTIMENTI FISSI LORDI + VARIAZIONE SCORTE + (SPESA PUBBLICA – IMPOSTE) + SALDO DELLA BILANCIA DEI PAGAMENTI
Clicca qui per vedere un esempio di bilancio nazionale.


 

 


 
LA MONETA E GLI INDICI DEI PREZZI
 

Prima di capire cosa sia la moneta è indispensabile parlare di ATTIVITA’ FINANZIARIE.
Una attività finanziaria è una promessa di pagamento. I buoni del tesoro, le azioni, le obbligazioni, gli assegni, le banconote, le cambiali ecc. sono tutte attività finanziarie. Per chi ha emesso la promessa l’attività finanziaria è in realtà una PASSIVITA’ FINANZIARIA.
Le attività finanziarie si distinguano per: RENDIMENTO, RISCHIO e LIQUIDITA’ (possibilità di convertire una attività finanziaria in altre, la banconota rappresenta la liquidità massima, su esse infatti è scritto “pagabili a vista al portatore”). La moneta è allora un mezzo con cui si effettuano delle attività finanziarie e serve a conservare stabile un valore e uno scambio finanziario.
È riportata di seguito una mappa concettuale che indica come entra la moneta nel sistema economico.
Il sistema della moneta si basa quindi sul fatto che non avverrà mai che tutti i creditori di attività finanziarie richiederanno nello stesso momento di restituire la promessa di pagamento fattagli. È, in altre parole, un sistema fiduciario (a ben vedere qualsiasi sistema economico non basato sul baratto deve essere così). Come si vede dalla mappa concettuale la Banca Centrale possiede il monopolio solo delle banconote, ma non di ogni attività finanziaria.
La domanda di moneta è regolata da una importante equazione economica detta equazione di Cambridge. Come si può facilmente osservare essa è in realtà una semplice tautologia del sistema economico. Essa afferma che il volume della moneta (M) per il numero di transizioni nell’unità di moneta (V) è uguale al prezzo medio delle transizioni (P T) . Quindi M V = P T . Essa cesserebbe di essere una semplice tautologia nel momento in cui una di queste grandezze fosse nota. Ad esempio, grandi dispute economiche si sono concentrate sulla problema se il rapporto tra il numero di transizioni nell’unità di moneta e le transizioni, ovvero se V / T è costante o meno. Se fosse costante avremmo una teoria dell’inflazione. Infatti, il prezzo medio delle transizioni sarebbe uguale al volume della moneta per la costante V su T . A considerare tale rapporto costante annoveriamo per lo meno Fisher e Friedrman (scuola di Cambridge) da cui discende la scuola delle aspettative razionali (Lucas ecc. ). Dagli anni trenta del novecento, in particolare grazie a Keynes, si svilupparono altre teorie che vedevano V su T non come una costate e soprattutto non indipendente dalla politica monetaria.
 
Da quello che si è detto, ma è noto a tutti, si deduce che i prezzi cambiano nel tempo. Se si vuole quindi confrontare il prezzo di due prodotti bisogna assicurarsi che entrambi i prezzi siano ugualmente recenti, oppure è necessario trattare i prezzi in modo particolare. Non si può certo, per esempio, mettere sullo stesso piano il costo di un paio di scarpe oggi con quello degli anni 50.
Il fatto che i prezzi cambino rende necessario, in economia, stimare un tasso di cambiamento o TASSO DI CRESCITA DEI PREZZI. Se P0 è il prezzo di un prodotto nell’anno 0 e P1 il prezzo dello stesso prodotto nell’anno 1, il tasso di crescita sarà ( P1 - P0 ) / P0 ovvero  ( P1 / P0 ) – 1. Il tasso è quindi un numero puro (detto INDICE), e ciò permette anche il confronto tra paesi con valute differenti. Se si vogliono considerare più prodotti, se per esempio volessimo sapere di quanto variano i beni alimentari presenti sul mercato, bisognerebbe prendere un campionario di prodotti (detto PANIERE) e operare delle opportune medie ponderate che tengano conto dell’influenza di ogni singolo prodotto all’interno del paniere. Le due medie più usate sono quella di LASPEYRES , e quella di PAASCHE.


 


 
BREVE STORIA ECONOMICA DELL’ITALIA DAL DOPOGUERRA AD OGGI
 

Alla fine della seconda Guerra Mondiale l’Italia si presenta ancora come un paese sostanzialmente agricolo. Più del 50% della forza lavoro era concentrata nel settore agricolo(oggi meno dell’otto percento è impegnato in questo settore). Le caratteristiche ben note di quel periodo erano grande arretratezza e povertà anche a causa della grande guerra. Il processo di industrializzazione, che fino ad allora aveva puntato, per molti motivo tra cui non ultimo il riarmo, alla creazione di grandi industrie statali (si pensi alla ITALSIDER) poteva contare su tre elementi di forza: il beneficio dell’arretratezza, ovvero manodopera a basso costo; il relativo basso costo delle materie prime, la politica liberista di ricostruzione avviata da De Gasperi e quella deflazionistica di Einaudi basata sull’innalzamento del costo del denaro allo scopo di diminuire la massa monetaria circolante. Questo sistema economico, che determinò gran parte dello boom economico del dopoguerra, si fondava anche su tre punti precari: 1) è una economia trasformatrice, che non possiede materie prime ed è quindi strettamente legata ai mercati esteri (si ricordi la storia della nascita dell’Enel, e il tragico incidente di Enrico Mattei). Situazione aggravata dalla mancanza di consapevolezza, si pensi alla mancanza del nucleare o all’arresto di Felice Ippolito.
2) i lavoratori iniziarono a sindacalizzarsi e quindi in parte viene meno il beneficio dell’arretratezza. 3) congestione e conflitti sociali nelle grandi città del nord.
Questi problemi non tardarono ad esplodere a più riprese: Nel ’63 con un aumento drastico dell’inflazione; nel ’64-’65 con un aumento del tasso di interesse,  la diminuzione del tasso di crescita economica e dei tassi di investimenti. Nel ’68 con le rivolte studentesche, anche a causa dei cambiamenti sociali a seguito del boom economico. Nel ’69 con il rinnovo del contratto metalmeccanico. Infine nel ‘73 con la crisi petrolifera durante (in una sola notte il prezzo del greggio quadruplica). Nel ’79 l’inflazione raggiunge il 16%.
Ciccare qui per vedere i dati.
Cosa fece lo stato in questo periodo di crisi economica? Senza dubbio sono cambiati le richieste da parte delle aziende. Lo stato ha dovuto far fronte apprendo una politica di assistenzialismo. Per fare questo ha inevitabilmente dovuto procurarsi dei soldi e i mezzi per farlo sono sostanzialmente tre: attraverso le imposte, stampando più carta moneta (aumentando l’inflazione) indebitandosi pubblicamente attraverso buoni del tesoro. La terza strada, come è noto, fu quella più seguita. Clicca qui per vedere i dati.
Gli anni ottanta e novanta sono anche caratterizzati dalla ristrutturazione industriale. Essa si fonda su due obbiettivi: una differenziazione degli  investimenti e la robotizzazione della produzione. Tuttavia fino al ’94 il rapporto tra il debito pubblico e il pil cresceva verticalmente.
A dare una svolta a questa situazione fu l’impegno per l’entrata in Europa. A partire dal ’94, grazie alle varie finanziarie, il rapporto debito pubblico su pil ha iniziato a diminuire. Entrare in Europa ha significa controllare e mettere a regime le due fonti di guadagno più pericolose per lo stato: il debito pubblico e l’inflazione. Clicca qui per vedere i dati.
 
Come bibliografia si veda il capitolo “Conti e racconti: interpretazioni della performance dell’economia italiana dal dopoguerra ad oggi” di Charles S. Maier nel libro Storia economica d’Italia, a cura di P. Ciocca e G. Tonioli, Laterza 1999.  
 
Clicca qui per avere informazioni aggiornate sul debito pubblico italiano.


 


 
UNA LEZIONE DI MICROECONOMIA
 

Nel 1937 l’economista Lionel Charles Robbins tentava una definizione di economia: Scienza del comportamento umano tra i mezzi scarsi e i obbiettivi alternativi.
È certo una definizione molto generale e forse proprio in questo sta gran parte della sua efficacia. La microeconomia parte da questa definizione di economia e cerca di studiare le relazioni basilari tra i due enti specificati: mezzi scarsi e obbiettivi alternativi. Ciò che porta alla scelta di un obbiettivo piuttosto che un altro è una preferenza. Preferenza rispetto a insiemi di beni (o PANIERI) che devono essere scarsi altrimenti, se fossero infiniti, no si potrebbe operare una vera scelta. A base della scelta economica esistono, per la microeconomia, degli ASSIOMI SULLE PREFERENZE grazie alle quali si fonda gran parte della scienza economica.
1)      ASSIOMA DI COMPLETEZZA: Per ogni paniere A e B se A è strettamente preferito a B e B è strettamente preferito a A, allora A è indifferente a B.
2)      ASSIOMA DI RIFLESSIVITA’: Per ogni A, se A strettamente preferito ad A, allora A è indifferente a sé stesso.
3)      ASSIOMA DI TRANSITIVITA’: Per ogni A, B e C se A è strettamente preferito a B e B a C, allora anche A è strettamente preferito a C.
4)      ASSIOMA DI CONTINUITA’: Per ogni A, l’insieme S che contiene tutti i panieri strettamente preferiti ad A è un insieme chiuso.
5)      ASSIOMA DI NON SAZIABILITA’: Se gli oggetti di A sono uguali qualitativamente a quelli di B, ma sono in numero maggiore, allora A è strettamente preferito a B.
6)      ASSIOMA DI CONVESSITA’: Se esistono tre panieri A, B e C e sia A che B sono preferiti a C, allora, se D è un quarto paniere formato dalla media di A e B, anch’esso è preferito a C.
 
Grazie a questi pochi assiomi si possono già risolvere molti problemi di microeconomia. Un esempio: Si può dimostrare che nel grafico, con ad ascisse un tipo di ente e a ordinate altro (in modo tale che ogni punto sia un paniere), le curve che rappresentano i panieri indifferenti non potranno mai intersecarsi, essere convesse, ma saranno sempre curve inclinate negativamente (per gli assiomi non saziabilità e di convessità).